Cerca nel blog

Caricamento in corso...

martedì 27 settembre 2016

Mino e i suoi New Flippers - Solo/Non sei per me (1970)












Niente a che vedere con i Flippers, quelli famosi di Catalano, Bracardi, Forlai, Zampa: questo è invece un gruppo piemontese sconosciutissimo, che mi risulta aver pubblicato solo questo 45 giri per l'etichetta torinese Prince.
La cosa particolare di questo disco è che in copertina ha lo stesso numero di catalogo di un 45 giri dei Los Gildos di cui abbiamo parlato tempo fa nel blog, NP 1006, mentre l'etichetta riporta invece NP 1007 (che è evidentemente il numero corretto) per cui credo che l'anno di uscita possa essere lo stesso dell'altro disco, e cioè il 1970 (non essendo in questo riportata alcuna data).
Del gruppo non so praticamente nulla (e quel poco che so l'ho ricavato da una pagina curata dal figlio di uno dei componenti): erano attivi nel cuneese, l'organista, Gian Maria Cravero (di Racconigi), è l'autore delle musiche, mentre il Mino che dàil nome al complesso è il fratello, Giacomo Cravero detto Mino, cantante solista e in primo piano in copertina (la foto a fianco è la stessa).
Credo che l'altro autore, S. Bertero, sia uno degli altri componenti.
Passando invece alle due canzoni, "Solo" è una canzone melodica introdotta dal sassofono, che mi ricorda un po' Nico & i Gabbiani, con un testo d'amore alquanto banalotto, mentre più interessante è "Non sei per me", un rhythm 'n' blues introdotto dalla batteria a cui si affiancano organo e sassofono, con addirittura un assolo di basso dopo la prima strofa ed uno di batteria dopo la seconda, in cui i sei comunque dimostrano di essere dei buoni professionisti.
 
1) Solo (S. Bertero-Gian Maria Cravero)
2) Non sei per me (S. Bertero-Gian Maria Cravero)

martedì 13 settembre 2016

Nilla Pizzi - Dopo di noi/Resta come sei (1966)












Nel 1966 Nilla Pizzi era un nome di secondo piano nella musica leggera italiana: pur continuando ad incidere con continuità per varie etichette (dal 1960, al termine del contratto con l'RCA, per la Titanus, la Sprint, la SIR e la Pig) i suoi dischi non entrano più in classifica.
Come per altri cantanti melodici italiani, il successo invece continua in Sudamerica, dove la cantante effettuerà numerose tournée; in Messico, ad Acapulco, la Pizzi apre anche un night chiamandolo "Portofino".
Nel 1966 firma un contratto con un'etichetta fondata l'anno precedente dal celebre pianista Arturo Benedetti Michelangeli con due soci, Giuseppe Boccanegra e Nicola Di Matteo, la BDM (dalle iniziali dei tre fondatori), con cui pubblicherà due 45 giri che sostanzialmente passano inosservati.
Il primo di essi lo presentiamo oggi: le due canzoni sono entrambe scritte per quel che riguarda la musica da Ettore Ballotta, pianista di estrazione jazzistica che si occupa anche degli arrangiamenti: "Dopo di noi", con il testo di Giorgio Calabrese, è sì una canzone melodica ma è moderna nelle sonorità, lontana dai brani del passato della Pizzi ("L'edera" o "Grazie dei fior"), e avrebbe meritato maggiori riscontri, così come "Resta come sei", meno interessante.
Anche nell'uso della voce la cantante cerca di staccarsi dagli stereotipi del suo stesso repertorio, con buoni risultati.


1) Dopo di noi (Giorgio Calabrese-Ettore Ballotta)
2) Resta come sei (Gualdi-Ettore Ballotta)

sabato 10 settembre 2016

Mau Mau - Paseo Colòn/Singh-sent ani (1992)













I Mau Mau nascono a Torino nel 1991 (quest'anno quindi hanno festeggiato i venticinque anni di attività con un nuovo album pubblicato qualche mese fa) dalle ceneri dei Loschi Dezi, gruppo attivo alla fine degli anni '80 con un album all'attivo: Luca Morino e Fabio Barovero provengono infatti da quell'esperienza, e l'incontro con il camerunense Tatè Nsongan porta alla nascita di questa nuova band che già nel nome mette in evidenza le sue doppie radici: i Mau Mau infatti sono i combattenti per l'indipendenza del Kenya negli anni '50, ma in dialetto piemontese è anche uno dei nomi con cui si indicano (in senso dispregiativo) i meridionali e, in generale, gli stranieri, e i tre musicisti mescolano  le ritmiche africane con le sonorità del folk (con la fisarmonica di Fabio) e con molte altre influenze, dal rap al reggae, utilizzano inoltre la lingua piemontese.
Il disco che presentiamo oggi è un disco mix con quattro tracce: si tratta di due canzoni tratte dal loro album di debutto "Sauta rabel" presenti sia nella versione dell'album sia in versione dub (queste ultime realizzate con la collaborazione di Bunna e Madasky degli Africa Unite).
Sia "Paseo Colòn" che "Singh-sent ani" nascono dall'anniversario dei cinquecento anni della scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo: sul retro di copertina sono riportati i testi con la traduzione in italiano.
Oltre a Morino (voce solista e chitarra), Barovero (fisarmonica e tastiere) e Nsongan (percussioni) collaborano al disco altri musicisti tra cui Davide Graziano alla batteria, Davide Rossi al violino ed Andrea  Ceccon (in seguito ne Le Voci Atroci) alla tromba e alle nacchere.

LATO A

1) Paseo Colòn (Fabio Barovero-Luca Morino)
2) Paseo Colòn dub (Fabio Barovero-Francesco Caudullo-Luca Morino)

LATO B

1) Singh-sent ani (Fabio Barovero-Luca Morino)
2) Singh-sent aniddub (Fabio Barovero-Francesco Caudullo-Luca Morino)

sabato 3 settembre 2016

Mario De Luigi - Punto a capo (1978)













Mario De Luigi è conosciuto come lo storico direttore di "Musica e dischi" dal 1968, a seguito della morte del padre (che fondò la rivista); negli anni '70 ha avuto però un ruolo attivo in prima persona nella musica innanzitutto come discografico, fondando con Sergio Lodi la Divergo alla fine del 1974, e poi pubblicando per la sua etichetta un disco nel 1978; in realtà l'album è un disco collettivo, che esce a suo nome in quanto realizzatore del progetto, che coinvolge alcuni artisti di cui alcuni poco noti ed altri, come Lo Cascio o Nebbia, più conosciuti.
"Punto a capo", questo è il titolo, vuole essere una sorta di bilancio  del 1968 dieci anni dopo, o almeno questa è la base di partenza del disco, anche se lo svolgimento delle canzoni poi si dirama verso molteplici strade, non tutte strettamente legate all'idea originale.
 Il disco si apre con Franco Nebbia, che i più forse ricordano come presentatore de "Il gambero", quiz radiofonico domenicale, ma che è stato anche musicista, collaboratore negli anni '50 di Modugno e in seguito cantautore in proprio con una vena umoristica (uno dei suoi brani più noti è "Vademecum tango", provate ad ascoltarlo); accompagnandosi con il pianoforte, propone "Dopo il Vietnam" in cui le vicende della guerra in Indocina si intersecano con quelle di una storia d'amore....d'altronde proprio in quegli anni Eugenio Finardi cantava che "ciò che è politico è anche personale". Il finale del brano, di cui De Luigi è autore del testo, è amaro: "Avevi diciott'anni e in te io mi smarrivo: / di te mi resta solo un distintivo".
Di Alessandro Carrera avevamo già parlato presentando  il suo disco del 1981, "Le cartoline", e l'analisi presentata lì vale anche per questa "Gli imbianchini della statale", di cui è autore.
Mario De Luigi canta in "Se non l'avesse fatto lui", canzone interessante per il testo che analizza il percorso, purtroppo comune a tanti personaggi non solo di quel periodo, che porta all'omologazione (da essere uno dei leader nelle manifestazioni al lavoro in televisione fino all'ingresso in un partito e alla candidatura come deputato): a mio parere De Luigi aveva un talento nello scrivere canzoni in certi casi anche superiore a quello di alcuni artisti che produceva.
Il lato A si conclude con un recitativo del poeta Giulio Stocchi, "Di tutta una generazione"; Stocchi come è noto ha collaborato spesso con musicisti (un nome per tutti, Gaetano Liguori in "Cantata rossa per Tall el Zataar").
"Song della colla" di Giancarlo Cabella è accompagnata solo dalla chitarra; non vi svelo quale sia la colla del testo (e quindi nemmeno la tematica della canzone); credo che Cabella abbia cantato solo in questa occasione, in seguito si è dedicato principalmente alla scrittura, eppure almeno un'altra volta la sua strada si è incrociata con la canzone d'autore: come potete leggere in questa intervista a Luigi Grechi infatti fu proprio lui che fece conoscere al cantautore la vicenda dell'amicizia di Girardengo e Pollastri che sta alla base de "Il bandito e il campione".
Giorgio Lo Cascio in quel periodo incideva per la Divergo, e "Il primo punto", forse la canzone più interessante del disco, riflette lo stile de "Il poeta urbano" e "Cento anni ancora", con un testo che cerca, facendo un'analisi della situazione del movimento dieci anni dopo, di tracciare le basi (sotto forma di dieci punti, da cui il titolo, dell'azione futura).
"Tazebao" dell'attore e doppiatore Ruggero Dondi è un'improvvisazione scenica (di cui manca il testo nella camicia interna); conclude il disco "Lascia il ruolo", cantata da Sonia Milan (cantante in un gruppo dal nome curioso, "Mamma non piangere", e in un duo, "Strumentoconcerto",  pubblicati entrambi da l'Orchestra), un invito a riappropriarsi della vera identità, abbandonando i ruoli precostituiti in cui ci si è ingabbiati, magari da anni.
Tra i musicisti coinvolti nel disco da ricordare il bravo e sfortunato Stefano Cerri, figlio di Franco, al basso, Mario Arcari all'oboe, George Aghedo alle percussioni, Mauro Spina alla batteria e Gianmaria Dacrema (che si occupa anche delle registrazioni) alle chitarre.

LATO A

1) Franco Nebbia - Dopo il Vietnam (Mario De Luigi-Giovanni Del Giudice)
2) Alessandro Carrera - Gli imbianchini della statale (Alessandro Carrera)
3) Mario De Luigi - Se non l'avesse fatto lui (Mario De Luigi)
4) Giulio Stocchi - Di tutta una generazione (Giulio Stocchi)

LATO B

1) Giancarlo Cabella - Song della colla (Giancarlo Cabella)
2) Giorgio Lo Cascio - Il primo punto (Giorgio Lo Cascio)
3) Ruggero Dondi - Tazebao (Ruggero Dondi)
4) Sonia Milan - Lascia il ruolo (Mario De Luigi)


domenica 28 agosto 2016

The Ander's Quartet - Salomon/Quando la luna (1960)












Se vi ricordate, quasi un anno fa avevamo dedicato un post al primo 45 giri del The Ander's Quartet, il gruppo con cui ha debuttato Claudio Cavallaro, noto musicista autore di alcuni grandi successi come  "Lisa dagli occhi blu" per Mario Tessuto o "Applausi" per i Camaleonti.
Non avevamo notizie più precise sul gruppo, ma intervistando per il numero 2 di "Vinile" Louis Atzori il batterista mi ha parlato di Armandino, suo padre, batterista anche lui (entrambi hanno suonato nel secondo album di Paolo Conte); vi riporto il passo che ci interessa:

<<Tra i gruppi in cui ha suonato ricordo The Ander's Quartet di Sergio Andorno, pianoforte, con il veronese Claudio Cavallaro alla voce e alla chitarra (è poi diventato un compositore molto noto, ha scritto anche "Lisa dagli occhi blu"), mio padre alla batteria e un quarto elemento di cui non ricordo il nome al basso>>.

Sergio Andorno era il capoorchestra, come si diceva allora, e dal suo cognome ha preso il nome il gruppo; chissà se, con altre ricerche, non si riesca anche a risalire al nome del quarto componente, il bassista.
Presentiamo quindi oggi il secondo 45 giri dei quatto, pubblicato sempre a novembre del 1960 dall'etichetta torinese Excelsius. Passando all'analisi dei due brani, sul lato A troviamo un mambo, "Salomon", con il sassofono (evidentemente suonato da un quinto musicista) in evidenza; il brano era già stato inciso da Arturo Testa con il titolo "A las minas del roy Salomon" e, nonostante il titolo, è italianissimo in quanto in Siae il brano è firmato da Piero Soffici per la musica e dallo stesso Soffici con Aldo Locatelli per il testo. Nell'etichetta del disco è del resto riportato come autore Ardiente che, come sappiamo, è lo pseudonimo che Piero Soffici usava per "spacciarsi" come latinoamericano e depositare alla SIAE rumbe, mambi e cha cha cha.
Sul retro vi è "Quando la luna": anche questa canzone è già edita, era stata infatti già incisa da Rossella Masseglia Natali (come potete leggere nel blog di Christian il Vampiro qui) ed è scritta da Alberto Testa per le parole e da Piero Leonardi (che usa lo pseudonimo Deani) per la musica; l'etichetta riporta come genere "rumba rock", ed in effetti il ritmo è quello.
Ritorneremo su questo quartetto in occasione della presentazione dei dischi successivi.

1) Salomon (Ardiente)
2) Quando la luna (Alberto Testa-Deani)

lunedì 22 agosto 2016

E' uscito il nuovo numero di Vinile


Da alcuni giorni è in edicola il nuovo numero di "Vinile"; molti gli articoli interessanti, in particolare un'intervista di Maurizio Becker a Francesco Logoluso (da poco scomparso), una di Renato Marengo ad Alberto Radius, con molte notizie interessanti sui suoi esordi con i Campanino e Simon & Penny, un resoconto di John N. Martin sul Parco Lambro del 1976, una bella intervista di Susanna Schimperna a Simone Dessì (no, mi son sbagliato, volevo scrivere Luigi Manconi) e last but not least (come dicono gli inglesi che se ne intendono) la discografia italiana degli Who preparata da Franco Brizi ed introdotta da.....chi altri poteva presentare i dischi pubblicati nella penisola da Daltrey, Townshend, Entwistle e Moon se non Eleonora Bagarotti? Sempre a proposito di discografie, quella dei Litfiba degli anni '80 (cioè I Litfiba) è raccontata da Federico Guglielmi (anche qui....chi altro?), mentre Franco Settimo e Michele Neri si occupano di quella di Lucio Dalla. Per appassionati la vicenda del Tefifon raccontata da Carlo Posio. Infine le recensioni di dischi e libri vecchi e nuovi di Annunziato Cangemi, Elisabetta Malantrucco, Luciano Ceri, Timisoara Pinto, Federico Fiume, Francesco Donadio e altri ancora

sabato 30 luglio 2016

Michèle Sécher - J'attends/Balliamo il blue beat (1965)













Già in altre occasioni abbiamo parlato di Michèle Sécher, moglie del maestro Carenni, che ha inciso alcuni 45 giri per la BDS, la CGD e la City tra gli anni '60 e i primi anni '70: oggi parliamo di un 45 giri del 1965 (la data sul vinile è quella del 9 marzo).
Con l'occasione vorremmo presentare un articolo di Adele Gallotti pubblicato su "Stampa Sera del 21 giugno 1963, in cui si parla del concorso "Ribalta per Sanremo", in cui presentati da Pippo Baudo e Anna Maria D'Amore gareggiano diciotto giovani cantanti tra cui Ricky Gianco, Pina Arbato, Cristiano Metz, Fiammetta Tombolato, Iva Zanicchi, Fausto Leali, Guido Russo, Jo Fedeli, Vasso Ovale, Sergio Prandelli, Nella Bellero, Mario Nallin e Michèle Sécher (curiosamente nessuno di questi nomi appare tra i partecipanti al Festival di Sanremo successivo, nel 1964)
E' interessante il fatto che, nell'articolo, vengono anche citati alcuni musicisti dell'orchestra che accompagna i cantanti, diretta di volta in volta da maestri come Pino Calvi, Gianni Fallabrino, Ezio Leoni e Detto Mariano: vi sono tra essi alcuni piemontesi come Oscar Valdambrini, Gianni Basso, Dino Piana e Glauco Masetti.
Ma ho anche trovato un altro articolo, sempre su "Stampa Sera", questa volta risalente al 1960, in cui viene data la notizia del matrimonio tra Carenni e la francese, di cui vengono riportate alcune notizie: che ha studiato per otto anni ritmica e a Nantes (forse la sua città di origine) ha lavorato al Teatro Graslin; in Italia è arrivata invece a seguito di un balletto sudamericano (e infatti i due si sono conosciuti in una sala da ballo).
L'articolo non parla di Michèle come di una cantante ma soltanto come ballerina.
Passando al disco, "J'attends", la canzone sul lato A, è ovviamente in francese (tranne nel secondo ritornello) e la Sécher si trova ovviamente più a suo agio rispetto ai vari dischi incisi in precedenza tutti in italiano; pur avendo Carlo Donida come autore della musica (e tutti conosciamo la sua importanza nella Storia della musica leggera) la canzone è melodicamente banale, e i pur pregevoli interventi di sassofono e di batteria non la migliorano più di tanto.
Più interessante invece la ritmata "Balliamo il blue beat", in cui il maestro genovese Giuseppe Cappelletti (che in seguito lavorerà per molti anni con Guido Lamberti alias Ugolino) si dedica allo ska, che in quel periodo andava di moda in Italia (vi ricordate di  "Tu sei pallido" di Margherita, di cui abbiamo parlato nel blog anni fa?)
Interessante notare che nel sito della Warner Chappell, la casa editrice che detiene attualmente i diritti del brano, la musica è firmata anche da Arrigo Amadesi. In entrambi i brani l'orchestra è quella della BDS, mentre i testi sono di Ambrogio Carenni che, come abbiamo già ricordato, era il titolare della BDS


1) J'attends (aspetto) (Ambrogio Carlo Carenni-Carlo Donida)
2) Balliamo il blue beat (Ambrogio Carlo Carenni-Giuseppe Cappelletti)

lunedì 18 luglio 2016

La Lionetta - Il gioco del diavolo (1981)



Ritorniamo a parlare de La Lionetta, gruppo folk piemontese di cui avevamo presentato il primo album, pubblicato dalla Shirak, l'etichetta fondata da Johnny Betti dei Circus 2000, come del resto anche questo che è il secondo, di tre anni successivi.
Il disco si apre con uno strumentale suddiviso in due parti, "Il matto il diavolo e il bagatto" e "La fiera", la cruenta e il balet, e sorretto dalla ghironda, seguito da quello che è uno dei più noti canti popolari del Norditalia, e cioé "Cecilia" (la vicenda raccontata ha alcune similitudini con la trama dell'opera di Puccini "Tosca"), la n° 3 della raccolta di Costantino Nigra; vi rimando a questo link
per un approfondimento sul brano.
"Rocastalda" è un altro strumentale molto vivace, mentre "La Lionetta", che chiude il lato A e che è la Nigra n° 108, è una vicenda di origine militare che si conclude a tempo di polka..
Il lato B si apre con "Muran dell'Inghilterra" (Nigra n° 42), che racconta una storia diffusa in tutta Europa e cioé quella di una ragazza data in moglie ad un giovane che dopo pochi giorni parte per la guerra e non torna più; la prima parte è eseguita solo dalle voci, mentre nella seconda entra un dolce arpeggio di chitarra.
"La monferrina di Napoleone" è uno strumentale con un solo verso cantato nel finale, mentre "Leandra" (Nigra n° 43) è un tre quarti che narra la storia di una ragazza povera che diventa la sposa del re, seguita da due strumentali, una bourrée e un valzer.
Conclude il disco "Povra mi", lamento di una madre per il figlio che deve partire per la Russia al seguito di Napoleone, con una triste coda strumentale basata sulla ghironda e il violino.
La formazione de La Lionetta è la stessa del disco precedente, e cioé Laura Malaterra alla voce, alla chitara e al dulcimer, Roberto Aversa alla voce, alla chitarra acustica, al flauto e alla cornamusa, Maurizio Bertani alla voce, al mandolino, al flauto dolce e al violino, Marco Ghio alla voce, al violino e al violoncello e Vincenzo Gioanola alla ghironda, al dulcimer e alla voce; Bertani e Aversa sono gli autori dei brani originali, nonché i rielabolatori dei tradizionali.. 
Al disco, registrato al Minirec di Gigi Guerrieri,  collaborano anche Louis Atzori alle percussioni e Gianni Cinti all'oboe; la foto dell'interno di copertina è di Vincenzo Reda.


LATO A

1) a) Il matto, il diavolo, il bagatto (Roberto Aversa)
    b) La fiera (Maurizio Bertani)
2) a) Cecilia (tradizionale)
     b) Il sogno di Cecilia (Roberto Aversa)
3) Rocastalda (tradizionale)
4) La Lionetta (Roberto Aversa)

LATO B

1) a) Muran dell'Inghilterra (tradizionale)
     b) Canzone della bella (Roberto Aversa)
2) La monferrina di Napoleone (tradizionale)
3) Leandra (Maurizio Bertani)
4) a) Bourrée d'Auvergne (tradizionale)
     b) Valzer della montagna (tradizionale)
5) a) Povra mi (Roberto Aversa)
     b) Tema della madre (Maurizio Bertani)

martedì 21 giugno 2016

E' uscito il nuovo numero di Vinile



E' in edicola il nuovo numero di Vinile, molto interessante: la copertina è dedicata ai Beatles ed alla famosa "butcher cover", trattata in un esauriente articolo di Michele Neri che non può non incuriosire tutti i numerosi beatlesiani, visto che tra l'altro riproduce i documenti originali della Capitol che motivano la censura e racconta molti particolari poco noti o sconosciuti qui da noi.
Oltre alle mie interviste a cinque componenti dei Circus 2000, Silvana Aliotta, Johnny Betti, Spooky, Gianni Bianco e Louis Atzori, che espongono cinque versioni della storia di questa gloria del prog torinese degli anni '70 e che sono introdotte da John N. Martin con un excursus sull'attività del gruppo, sono molti gli articoli da ricordare in questo numero.
Maurizio Becker ricostruisce la fondazione dell'RCA Italiana intervistando il figlio di Giuseppe Biondo, il principale artefice della nascita dell'etichetta, mentre Alessio Lega racconta la scoperta di un 33 giri del 1972 di un giovanissimo Roberto Benigni, che tentava la fortuna come cantautore (disco sconosciuto fino ad oggi).
Luciano Ceri in un'interessante intervista a Maria Monti ricostruisce i primi anni della carriera di questa artista, in compagnia di Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, mentre Franco Brizi si occupa della discografia italiana dei Pink Floyd (con alcune chicche interessanti).
Franco Settimo, oltre a completare con Michele Neri la trattazione della discografia di Domenico Modugno, approfondisce in un articolo l'incontro tra tre grandi artisti, Ennio Morricone, Luigi Tenco e Fabrizio De André, in occasione del film di Luciano Salce "La cuccagna" del 1962.
In tema di discografie Alberto Quartu ci fa conoscere le rarità internazionali di Renato Zero; non mancano poi le recensioni delle nuove uscite discografiche ad opera delle sempre preparatissime Timisoara Pinto (Peppe Voltarelli, Niccolò Fabi, Roberta Carrieri) ed Elisabetta Malantrucco (Stefano Saletti, Claudia Crabuzza) e di Francesco Donadio (Brian Eno, Radiohead), Innocenzo Reni (Paul Simon, Milva), Annunziato Cangemi (Cream, Creedence Clearwater Revival), Michele Neri (Agorà) e Maurizio Becker (Bobo Rondelli).
Insomma, correte in edicola......oppure, se siete così pigri da non volervi alzare dal computer, andate a questo link: http://www.sprea.it/scheda.php?id_riv=1799

domenica 19 giugno 2016

Mario degli Showmen - Primavera/Verso le nove di sera (1974)













Posso affermare, senza timore di essere smentito, che Mario Musella, il cantante degli Showmen, è stato una delle migliori voci italiane: non certo a caso Pino Daniele gli aveva dedicato forse il suo album migliore, "Nero a metà": era il 1980, e Musella era morto da poco, il 6 ottobre 1979, a soli trentaquattro anni per cirrosi epatica.
E Musella nero a metà lo era veramente, essendo figlio di un soldato americano di origine pellerossa e di una ragazza napoletana, e in questo accomunato all'amico James Senese, anche lui figlio di un soldato (nel suo caso afroamericano) e di una giovane di Napoli; i due hanno condiviso anche la prima parte della loro carriera musicale, dapprima in piccoli complesssini come "Gigi e i suoi Aster", poi con Vito Russo nella sua formazione, i "4 Con", ed infine negli Showmen, vale a dire in uno dei più preparati gruppi italiani degli anni '60, che dalle origini beat si avvicinarono al rhyhm and blues (genere che in Italia non è stato importato da Zucchero Fornaciari, come ahimè molti credono).
Poi le loro strade si divisero: quella di James, come tutti sappiamo, continuò attraverso il jazz-rock dei Napoli Centrale con tre album interessanti per la Ricordi e moltissimi altri dischi negli anni a venire (pochi anni fa ho avuto modo di assistere ad un suo spettacolare concerto al Folkclub qui a Torino in cui con il sax ha fatto magie), senza dimenticare la sua lunga collaborazione con Pino Daniele.
Musella invece fu meno fortunato: incise alcuni 45 giri con poco riscontro, partecipò nel 1972 a "Un disco per l'estate" (venendo subito eliminato), incise un album con fior di musicisti napoletani (tra cui Pino Daniele alla chitarra ed Enzo Avitabile al sax) rimasto inedito ed uscito solo postumo.
Avrebbe meritato sicuramente di più: ne parliamo solo oggi per la prima volta nel blog, presentando un suo 45 giri del 1974 pubblicato come Mario degli Showmen, evidentemente sperando di attirare l'attenzione citando il suo mai dimenticato gruppo.
"Primavera" è una canzone melodica ben costruita, in cui la voce di Musella è sì in evidenza, ma non  è certo questo lo stile che gli è più congeniale; il sassofono che si ascolta in sottofondo dovrebbe essere suonato da Enzo Avitabile (ma il nome non è riportato sull'etichetta).
"Verso le nove di sera" è più interessante: la musica è scritta dal chitarrista degli Showmen Giuseppe Botta, mentre il testo è di Luigi Gnolo, paroliere attivo negli anni '60 e '70 in Durium e in RCA, ed è un brano più ritmato con il sax in evidenza.
Entrambe le canzoni sono arrangiate da Giacomo Simonelli autore della musica di "Primavera", mentre il testo è di Emilio Iarrusso.
La produzione è di Antonio Taccogna, che era anche il proprietario e fondatore dell'etichetta BBB (per cui il 45 giri è uscito) e di altre case discografiche napoletane di cui la più nota è la ATA.

1) Primavera (Emilio Iarrusso-Giacomo Simonelli)
2) Verso le nove di sera (Luigi Gnolo-Giuseppe Botta)

domenica 12 giugno 2016

Fiamma - J'irai par les rues du monde/Douze jolies roses rouges (1970)













Abbiamo già parlato, qualche anno fa, di Fiamma: nel 2011 parlando del suo primo 45 giri  e due anni dopo presentando il secondo: in quei post potete trovare le poche e scarne notizie su questa cantante, che risulta nata a Venaria Reale e che si dovrebbe chiamare Vittorina Bertolazzi.
Quello di oggi è il terzo disco inciso, e contiene due canzoni cantate, stranamente, in francese.
"J'irai par les rues du monde" è una canzone melodica che ricorda un po' lo stile di Aznavour, mentre il retro, "Douze jolies roses rouges", è un po' più ritmata.
Per quel poco che capisco di francese, i testi sono d'amore, e in entrambe le canzoni la bella voce della cantante è in evidenza.
Però dietro questo disco si nasconde un mistero...innanzitutto le due canzoni non risultano depositate alla SIAE, e degli autori citati il solo che ho identificato con certezza è Federico Bergamini, il maestro genovese nato nel 1906 e scomparso a Milano qualche anno fa. Esiste però una canzone intitolata "Dodici rose rosse", titolo abbastanza simile a "Douze jolies roses rouges",  il cui autore della musica è il maestro Walter Rizzati: che si tratti della stessa canzone ma con il testo in italiano?
Nell'Archivio SIAE questo brano ha anche un autore indicato come "Avente diritto non amministrato", che è la formula usata o per chi non è iscritto o per chi lo era ma poi non ha più rinnovato l'iscrizione....potrebbe trattarsi dell'altra firma, Rivelli?
Ma non è finita qui....infatti per i due brani l'etichetta riporta una quarta firma, Lo Turco.
Proprio ieri, cercando informazioni sul disco, ho trovato un articolo riportato nel blog dell'amico John Nicolò Martin dove si parla di Fiamma, identificandola con la cantante degli Jacula ed affermando che il suo vero nome sia Vittoria Lo Turco: quindi lei sarebbe anche coautrice, ma....come la mettiamo con l'altro trafiletto, quello di "Giovani", che invece dice che il suo vero nome è Vittorina Bertolazzi?
La situazione si complica, e va chiarita...chiunque avesse notizie in merito, ce le faccia conoscere.

1) J'irai par les rues du mond (Rivelli-Rizzati-Lo Turco-Bergamini)
2) Douze jolies roses rouges (Rivelli-Rizzati-Lo Turco-Bergamini)

venerdì 3 giugno 2016

Carmelo Pagano - Io non vivrò/Tu sei lì che mi aspetti (1972)













Di Carmelo Pagano avevamo presentato, tempo fa, il suo disco di debutto (con la celeberrima "L'amore se ne va", vincitrice nel 1966 del Festival dellle Rose), mentre oggi invece parliamo dell'ultimo 45 giri che incise nel 1972, uno dei suoi dischi meno noti anche perché pubblicato da una piccola etichetta romana, la Picci, che era distribuita dalle Messaggerie Musicali ma sicuramente non aveva i mezzi delle precedenti etichette del cantante siciliano, l'RCA Italiana e l'Ariston.
Il brano sul lato A è "Io non vivrò", che inizia con un arpeggio di pianoforte a cui, dopo il rumore di un incidente, si aggiunge la batteria e poi gli altri strumenti; il testo racconta infatti di un'automobile che sbandando esce fuoristrada nel fiume, lasciando il protagonista solo poichè la compagna muore.
Una voce femminile, forse una corista, canta insieme a Carmelo in un dialogo fra i due in cui lui afferma di non poter più vivere senza di lei, che invece lo incoraggia a continuare.
Il brano sul retro è più ritmato, con i fiati in evidenza, e forse avrebbe funzionato di più come lato A; il testo racconta la fine di un amore.
Entrambi i brani sono arrangiati da Giacomo Dell'Orso; le parole sono di Giuseppe Cassia, che era anche il titolare della Picci, mentre le musiche sono dello stesso Pagano, che si firma, chissà perché, Victor.

1) Io non vivrò (Giuseppe Cassia-Carmelo Pagano)
2) Tu sei lì che mi aspetti (Giuseppe Cassia-Carmelo Pagano)

venerdì 27 maggio 2016

Archensiel (1987)




Quello che presentiamo oggi è un disco veramente in anticipo con i tempi: prima del neo folk-rock degli anni '90, prima dei Mau Mau e dei Lou Dalfin ci sono stati gli Archensiel, più vicini al folk rispetto agli esempi citati ma comunque seminali....ecco, se volessimo dare una definizione del gruppo si potrebbe dire che gli Archensiel sono l'anello di congiunzione tra i Cantovivo e la Lionetta da una parte e appunto Mau Mau e Lou Dalfin dall'altra..
Complesso nato ad Asti, il debutto avviene nel 1987 con un 33 giri omonimo autoprodotto, a cui seguirà prima dello scioglimento nel 1990 un secondo album, "Piöva" (nel 1989, ristampato qualche anno fa dalla Akarma); la presentazione sul retro di copertina è di un giovane giornalista loro concittadino ancora poco conosciuto, Massimo Cotto.
Il lato A si apre con "Margaritina", canzone che fa già capire la direzione del lavoro: ad una linea melodica con reminiscenze folk (alla Brandurardi, per capirci) si sovrappongono assoli di chitarra elettrica, mentre il testo in lingua piemontese racconta la storia di una bella ragazza (gli ultimi due veris recitano "non si trova da Cuneo a Torino / più bella ragazza di Margheritina): non credo che in Italia nel 1987, con il proliferare di band new wave e dark, ci fossero molti gruppi con questo tipo di sonorità e musicalità, e forse questo può averli penalizzati nel confronto con il pubblico meno attento.
"La ragazza di Leandra" ha molti richiami al folk piemontese, mentre "Poche parole" ha un bel lavoro delle chitarre acustiche e del violino; "Lasuma parti er treno" parla dei pendolari su una delle musiche più rock del disco, mentre il lato si conclude con il bel brano strumentale "La bandura".
Il retro si apre con un'incitazione alla lotta, "Cumbat na bataja", a cui segue "Cansun sfiduciaja", la più lunga del disco, con un finale che cita apertamente il Santana di "Samba pa ti", mentre "Pensa" ritorna alle atmosfere consuete.
Concludono il lato B e il disco "Masca Maria", più rock, con tanto di chitarra distorta, e "Vivere naturalmente", più tranquilla.
Tra i componenti degli Archensiel ricordo in particolare  Maria Rosa Negro alla voce, molto brava: ho scoperto grazie a google che canta ancora, trovando in questo articolo della Stampa anche la notizia di un album inciso con il suo gruppo, la Palmarosa Band, nel 2014, mentre in quest'altro sito vi sono notizie sulla sua attività. Gli altri musicisti sono Massimo Brignolo alla chitarra elettrica, Roberta Tuis al violino, Marco Maldarizzi alla chitarra e al mandolino, Sergio Pesce alla chitarra acustica, al mandolino dobro e al bouzouki Vito Nicolò al basso e Pietro Ponzone alla batteria; vi sono inoltre alcuni ospiti, e cioè Carlo Francesco Conti al violoncello in "Pensa", Marco Soria al sax in "Cansun sfiduciaja", Paolo Crosa al violino in "Poche parole", "Lasuma parti er treno" e "La bandura" e Laura Sasso, voce in "Vivere naturalmente".
I testi sono di Sergio Pesce (tranne "Vivere naturalmente", scritta da Laura Sasso e "Lasuma parti er treno", "Cumbat na bataja" e "Cansun sfiduciaja", scritti da Armando Brignolo, anche disegnatore della copertina) mentre le musiche di Marco Maldarizzi; gli arrangiamenti sono invece collettivi.
Nel retro di copertina viene ringraziato Stefano Giaccone dei Franti: non è specificato il motivo, sarebbe interessante che ce lo raccontasse lo stesso Stefano, se passa da queste parti...
Il tecnico del suono è Vincenzo Penna, che continua tuttora l'attività in uno studio che prende il nome dal gruppo (chi fossse interessato può visitare il  loro sito ).


LATO A

Margaritina (Sergio Pesce-Marco Maldarizzi)
La ragazza di Leandra (Sergio Pesce-Marco Maldarizzi)
Poche parole (Sergio Pesce-Marco Maldarizzi)
Lasuma parti er treno (Armando Brignolo-Marco Maldarizzi)
La bandura (Marco Maldarizzi)

LATO B
  
Cumbat na bataja (Armando Brignolo-Marco Maldarizzi)
Cansun sfiduciaja (Armando Brignolo-Marco Maldarizzi)
Pensa (Sergio Pesce-Marco Maldarizzi)
Masca Maria (Sergio Pesce-Marco Maldarizzi)
Vivere naturalmente (Laura Sasso-Marco Maldarizzi)



giovedì 19 maggio 2016

Lino Toffolo - Lino Toffolo (1970)



Questo post dedicato al secondo LP di Lino Toffolo era programmato già da alcune settimane, e rientra nella serie di album mai ristampati in CD: il fato ha voluto che proprio ieri l'attore e cantautore veneziano ci abbia lasciato a ottantun'anni, compiuti a dicembre.
Ho intervistato Lino Toffolo cinque o sei anni fa per il libro su Enzo Jannacci: come spesso accade il dialogo aveva poi spaziato su tutta la sua carriera e non solo sulla collaborazione tra i due, e mi ricordo anche che mi era sembrato che fosse un po' malinconico per il fatto di ritenersi dimenticato, e non fosse così contento di ripercorrere i momenti principali della sua carriera, ma forse era solo una mia impressione.
Parlammo anche di questo disco pubblicato nel 1970 dalla RCA Italiana, che tra le altre contiene "Gastu ma pensà": questa canzone in origine era inserita nel primo album di Toffolo, intitolato anche questo con il suo nome e cognome e pubblicato nel 1966 dalla Fonit-Cetra, ma poi Enzo Jannacci, che aveva ascoltato il brano e se n'era innamorato, chiese a Toffolo di poterla incidere in italiano, cosa che fece nel 1968 nel suo 33 giri "Vengo anch'io. No, tu no", intitolandola "Hai pensato mai".
Vi riporto questa parte dell'intervista:
 
«”Hai pensato mai” è stato il primo punto di collaborazione tra Jannacci e me, perché con Enzo dopo abbiamo fatto anche serate in due, alla Capannina... anche con Gaber ho fatto serate. Io questa canzone la cantavo tutte le sere, ed era una canzone delicata, di quelle più incisive diciamo... ne avevo anche altre, ma questa aveva particolarmente successo. E una sera Enzo mi ha detto “Senti, ti dispiace se la incido in italiano?” “No, non mi dispiace, anzi mi fa piacere”. Mi era già capitato anche con Lauzi, che aveva inciso un altro mio brano, “Su le nuvole”, che è un po' più melodica: sono cose che fanno sempre piacere. Enzo mi ha detto appunto che la voleva fare in italiano: bisogna dire che il testo è in un veneziano facile, abbastanza comprensibile, quindi il testo lo ha scritto lui. Gli unici due punti che gli ho tradotto io sono stati proprio il titolo ed una riga in cui ci sono le parole “de bombaso”, che in veneto è il cotone idrofilo, e venne fuori “scalini di bambagia”. Non sapevo però che la cosa sarebbe stata depositata in SIAE, e così mi sono ritrovato in uno dei rendiconti semestrali “Hai pensato mai”, versione in italiano di “Gastu mai pensà”, ma in realtà l'ha tradotta lui. Poi in seguito, durante le serate insieme, me l'ha fatta cantare. Enzo era un grande artista ed era facile collaborare, c'era una stima reciproca massima ed infatti abbiamo fatto molte serate insieme: in genere io facevo una parte ed Enzo un'altra, ma c'è stato un pezzo che lui mi ha chiesto di fare insieme, si trattava di un duetto in cui facevamo due barboni che venivano assunti al Derby, infatti avevamo iniziato a farlo lì, poi lo facemmo in giro. In questo pezzo tra l'altro io suonavo il violino e lui suonava il trombone, ma davvero, ed andava sempre a finire che poi ci mandavano via. Io suonavo bene il violino ed un po' il pianoforte, Enzo invece suonava benissimo il piano mentre col trombone faceva giusto due o tre note.
Io invece facevo un brano da “Sherazade” di Rimskij Korsakov, che ha un pezzo di violino virtuosistico, facevo solo due battute ma faceva effetto sulla gente perché nessuno pensava che lo suonassi: ma anche se è un pezzetto corto per farlo devi saper suonare
».

Questo è il motivo per cui il cantautore e attore veneto decise di reinserire nuovamente la canzone in questo disco, che complessivamente si differenzia dal primo che era molto più vicino al folk ed era cantato tutto in lingua veneta perchè, oltre ad avere la maggioranza dei brani in italiano, ha anche arrangiamenti, curati da Luciano Michelini, più vicini al gusto dell'epoca.
Molto nota è la canzone che apre il disco, "Ah lavorare è bello", che Toffolo presentò anche in televisione e il cui testo mette alla berlina il consumismo, già allora dilagante; il brano seguente, "Tu sei", è una delicata canzone d'amore, con l'armonica in evidenza, mentre "I chierichetti" è un breve bozzetto tra i più conosciuti di Toffolo, con un testo poetico  e una musica da madrigale.
Con "Ma che vuoi Luisa" si torna al Toffolo spiritoso, che descrive una di quelle donne sempre insoddisfatte del loro uomo; "Voglio un sole che sia sole" è una canzone d'autore in cui Toffolo fa un'analisi della società dell'epoca mettendone in luce le ipocrisie; il testo risulta essere ancora attuale.
La bella "Senza dire una parola" ricorda certe tristi canzoni d'amore di Jannacci, mentre "E tu vuoi tu" è un dialogo di Toffolo con Dio, cantato con la voce da ubriaco. credo sia la prima canzone che parla (anche) delle truffe alimentari, profetizzando lo scandalo del vino al metanolo.
"Ciumbalailà" è l'unico brano con un testo non di Toffolo, è infatti una ripresa di alcune strofe tradizionali popolari ("chi vuol bere per dimenticare deve pagarmi prima di bere"), ed è seguito da una versione strumentale per flauto de "I chierichetti".
In "Già che son di passaggio" Toffolo ritorna ad interpretare l'ubriaco che si rivolge all'amata; di "Gastu mai pensà" abbiamo già parlato, mentre il conclusivo "Il tango dell'amore" è un tango che rifà il verso al folk da ballo ed è forse l'episodio più dimenticabile del disco.
Collaborano ai cori i "Cantori Moderni" di Alessandro Alessandroni e i "4+4" di Nora Orlandi, mentre Roberto Formentini è l'assistente musicale.
In definitiva un altro album che, se esistesse una discografia seria in Italia, sarebbe da ristampare subito in CD.

LATO A

1) Ah, lavorare è bello
2) Tu sei
3) I chierichetti
4) Ma che vuoi Luisa
5) voglio un sole che sia sole
6) Senza dire una parola

LATO B

1) E tu vedi tu
2) Ciumbailalà
3) I chierichetti (strumentale)
4) Già che son di passaggio
5) Gastu mai pensà
6) Il tango dell'amore

lunedì 16 maggio 2016

I Ragazzi del Sole - ...e la terra si allontana/Il gatto di notte (1967)













Dopo il successo di Atto di forza n° 10/So che tu non credi, di cui abbiamo parlato in questo post, oggi presentiamo il secondo 45 giri che i Ragazzi del Sole pubblicarono nel 1967.
Come per il precedente, abbiamo in un lato una canzone scritta dai frateli Salerno, "...e la terra si allontana"  (Alberto per il testo e Massimo per la musica) e una cover sull'altro, "Il gatto di notte", che è la versione in italiano (con testo di Mario Coppola, o meglio da lui firmato) di "Just a little bit of you" di Dallas Frazier, successo del 1966.
Abbiamo scritto che è firmata da Coppola perchè, a proposito di un'altra canzone, "So che tu non credi", così aveva Paolo Melfi, il cantante del complesso, aveva raccontato a Ursus (nell’intervista pubblicata sul fondamentale “Manifesto Beat”, a pag. 153): “Cercando qualcosa tra i pezzi nuovi che uscivano all’estero si poteva fare il solito testo in italiano, come nel caso di “So che tu non credi”, di cui io scrissi le parole ma senza riceverne un soldo perché non ero iscritto alla Siae. Infatti sul disco sta scritto Coppola, che era un autore dell’Ariston messo dietro a una scrivania, che mi disse: “Dai a me questo testo che ti iscrivo io”. Adesso deve essere scomparso, poveretto, un bravo cristo ma un po’ così sai…”.
Sarà successo così anche per "Il gatto di notte"? Potrà raccontarcelo lo stesso Paolo Melfi, se vorrà.
I due brani sono entrambi interessanti: "...e la terra si allontana" ha alcuni spunti melodici che rimandano al celeberrimo brano di Gilbert Becaud "Je t'appartiens", ma è il testo ad essere interessante perchè, ben due anni prima di "Space oddity", racconta di un gruppo di astronauti che si perdono nello spazio. "Il gatto di notte" ha invece alcuni richiami psichedelici, del resto quello era il periodo, dal punto di vista musicale, del "flower power" (siamo nel 1967), e si caratterizza anche per l'uso dei fiati.
Per la registrazione il gruppo ha utilizzato uno strumento inventato da loro, il tubifon (un tubo di alluminio piatto con una corda di metallo), come hanno raccontato ad Ursus.
Ricordiamo infine la formazione dei Ragazzi del Sole in questo disco, che era composta da Paolo Melfi alla voce solitsta (il sostituto di Pierfranco Colonna), Arcangelo Aluffi alla batteria, Carlo Marcoz al basso, Danilo Pennone alla chitarra e Piercarlo Bettini alle tastiere.
Concludo con un invito: il 17 novembre Paolo Melfi festeggerà i settant'anni: perchè non organizzare, con l'occasione, una reunion del gruppo, magari coinvolgendo anche altri musicisti torinesi disponibili? Pensateci, ragazzi...

1) ...e la terra si allontana (Alberto Salerno-Massimo Salerno)
2) Il gatto di notte (Mario Coppola-Dallas June Frazier)

domenica 8 maggio 2016

Marco Ferradini - ...ma quando Teresa verrà... (1978)












Oggi presentiamo il primo album del cantautore comasco Marco Ferradini, pubblicato nel 1978 dopo la sua partecipazione al Festival di Sanremo con "Quando Teresa verrà" (canzone che dà il titolo al disco).
Al momento dell'uscita dell'album Ferradini è già in attività da alcuni anni: i suoi esordi risalgono infatti agli anni '60 nel gruppo beat dei Balordi, che abbandonerà insieme ad un altro componente, Pino Matteucci, per formare la Drogheria di Solferino (insieme a Fabio Ritter), trio acustico con cui nel 1971 partecipa al primo Festival di Re Nudo.
Passa poi ad un'altra formazione a metà tra il folk e il prog, gli Yu Kung; grazie alla conoscenza di Alessandro Colombini ottiene il contratto discografico da solista con la Spaghetti, etichetta che il produttore (dopo le esperienze nel Clan Celentano, alla Ricordi e alla Numero Uno) ha fondato con Shel Shapiro e Silvio Crippa.
L'album risente delle esperienze passate di Ferradini: si tratta infatti di un disco essenzialmente acustico, influenzato da certe atmosfere West-Coast, arrangiato dallo stesso cantautore con Colombini (mentre Crippa e Shapiro sono i produttori).
Il disco viene registrato negli studi Ricordi di Milano e Stone Castle di Carimate (un brano, "Karkadé", è registrato nel parco del castello) da Ezio De Rosa, che segue anche il mixaggio dei brani con Colombini.
La busta interna, oltre ai testi delle canzoni, contiene delle brevi introduzioni di Ferradini alle tematiche dei singoli brani, da cui emerge un filo conduttore autobiografico, con la fine di un amore (quello verso Adriana) e la nascita di una nuova storia (con Teresa).
Il disco si apre con "Gatto", introdotta da un riff di chitarra acustica (che a partire dalla seconda strofa verrà ripetuto insieme al flauto), che attraverso l'uso delle metafore animali descrive vari personaggi (il testo è scritto insieme a Simon Luca, che collabora anche in altri brani); la voce di Ferradini è, per la prima metà, insolitamente bassa, per poi alzarsi di un'ottava nel finale.
"Mariù" è un terzinato non particolarmente significativo, storia di una contadina che scappa di casa a quindici anni, mentre senza dubbio più interessante è "Mezzanotte", un valzer country folk con un testo nostalgico in cui Ferradini ricorda le verdi valli nelle vicinanze di Como, la sua città di origine (che aveva abbandonato anni prima per trasferirsi a Milano).
Probabilmente "Marylou", con la sua ambientazione western a base di banjo e violino, è un brano che ha già qualche anno, visto che la musica è scritta insieme a Fabio Ritter, uno dei tre componenti della Drogheria di Solferino, mentre il lato A si conclude con un gioiellino, "Karkade", canzone acustica in cui ritorna il violino nel finale in  un assolo branduardiano.
Il lato B si apre con "Adriana", la canzone che venne pubblicata anche su 45 giri, con una musica a metà tra James Taylor e Jackson Browne, mentre "Coppia" descrive amaramente la routine abitudinaria della vita in due.
"San Martino" ha una bella musica acustica, non sorretta però da un testo adeguato (che si perde in metafore animali ma in maniera meno efficace rispetto a "Gatto"); conclude il lato e il disco "Quando Teresa verrà", che come abbiamo già ricordato Ferradini presento al Festival di Sanremo e che venne pubblicata come 45 giri (con sul retro "Coppia coppia", che come abbiamo visto qui sul 33 giri ha il titolo dimezzato), bella canzone d'amore,
Tra i musicisti troviamo molti nomi noti tra i session men milanesi, come Flaviano Cuffari alla batteria, Paolo Donnarumma al basso, Claudio Bazzari alle chitarre, Aldo Banfi alle tastiere, Lucio Fabbri al violino, Piero Milesi al violoncello, Hugo Heredia e Claudio Canevari ai fiati e Beppe Cantarelli alla chitarra elettrica in "Coppia", mentre Shel Shapiro suona il piano fender in "Quando Teresa verrà".
Il disco è comunque interessante per essere un disco di debutto, e ci mostra un aspetto musicale che Ferradini in seguito metterà in secondo piano, privilegiando atmosfere più elettriche e ritmate a partire dal disco successivo, il Q Disc "Schiavo senza catene" (che tutti ricordano per "Teorema).

LATO A

1) Gatto (testo di Marco Ferradini e Simon Luca; musica di Marco Ferradini)
2) Mariù (testo e musica di Marco Ferradini)
3) Mezzanotte (testo e musica di Marco Ferradini)
4) Marylou (testo di Marco Ferradini;  musica di Fabio Ritter e Marco Ferradini))
5) Karkadé (testo e musica di Marco Ferradini)

LATO B

1) Adriana (testo e musica di Marco Ferradini)
2) Coppia (testo di Marco Ferradini e Simon Luca; musica di Marco Ferradini)
3) San Martino (testo di Marco Ferradini e Simon Luca; musica di Marco Ferradini)
4) Quando Teresa verrà (testo di Marco Ferradini e Simon Luca; musica di Marco Ferradini)